Mare scuro
Cosa farne di tutto ciò che non posso prevedere. Un mese da sola e la scoperta che alla paura non si risponde rimpicciolendosi.
“Tudo vale a pena se a alma não é pequena.“ - Fernando Pessoa, Mar Português*
Sono a Milano da meno di un’ora. Accanto a me, su un pezzo di carta, l’altra metà di una michetta al pastrami e maionese piccante aspetta il mio secondo morso. Le mie valigie e la mia macchina fotografica sono diventate presenze confortanti.
Ho qualche ora prima del treno per Modena. Sono stanca, ma non nelle gambe. È una stanchezza più in alto, fatta di disorientamento e di pienezza, e quando mi sento così l’unica cosa che so fare è scrivere.
Prima di rientrare ho ricevuto due notizie, una brutta e una bella, e le ho ascoltate dall’altra parte del mondo. Per la prima volta non ho provato a chiuderle subito dentro ad una storia che mi raccontavo e a decidere in fretta quale delle due pesasse di più.
Ho sempre tenuto un solo contenitore. Ci butto dentro ogni cosa che non va come voglio, e lì dentro qualsiasi cosa, anche la più piccola, diventa una catastrofe. Trasformo l’incertezza in disastro perché almeno il disastro ha una forma e una protezione. Non che mi manchi un supporto che mi permetta di vedere le cose diversamente. Ho una famiglia, ho amici pronti a esserci, ho una psicologa con cui sto facendo un bel percorso. Ma il modo in cui digerisco quello che non posso controllare resta una cosa mia, soltanto mia, e nessuno può farlo al posto mio. Ho capito una verità scomoda: quello che non riesco a prevedere continuerà ad arrivare per tutta la vita. Non smetterà mai. Allora tanto vale che impari a metterci un filtro, invece di un’etichetta.
In Sardegna sono stata una settimana, a Bali tre. Altre volte sono partita per scappare, e lo sapevo già mentre facevo la valigia. Questa volta sono partita per continuare a cercare. A Bali ho vissute due di vite: una la abitavo di giorno, con la macchina fotografica al collo e una la attraversavo di notte, quando il rumore si spegne e resti sola con quello che sei venuta a capire. Le ho vissute tutte e due.
Ho smesso di chiedermi come diventare la versione migliore di me stessa, perché è una domanda troppo grande e non porta da nessuna parte. Ho cominciato, più piano, a seguire le mie inclinazioni anche quando non ho la più pallida idea di come si faccia. Quello che è cambiato, in fondo, è una cosa sola: il mio punto di vista. Oggi preferisco la paura dell’ignoto, con tutto il terrore che si porta dietro e che posso imparare a governare, alla sicurezza di un posto che non mi vede, dove l’unica cosa certa sarebbe soffrire. Tra le due paure, scelgo quella che almeno mi appartiene.
E se mi chiedo come sto sopravvivendo all’incertezza, la risposta l’ho trovata negli altri. Nelle persone che ho incontrato e poi lasciato dopo pochi giorni, a volte poche ore. Linda, musicista, da vent’anni senza una casa fissa, che ha vissuto su continenti diversi e ne parla come se fossero le stanze di un’unica casa: mi ha mostrato che si può non avere radici e non essere persi. David, di San Francisco, con cui ho scoperto di amare e di temere le stesse cose dell’intelligenza artificiale, gli stessi entusiasmi e gli stessi dubbi: mi ha ricordato che si può riconoscere un pezzo di sé in uno sconosciuto dall’altra parte dell’oceano. I ragazzi della barca che pur essendo più giovani di me avevano già girato mezzo mondo e i ragazzi di Rumah Magda, Anna e Matteo che si sono costruiti una vita lontanissimi da dove sono nati senza lasciare per strada una sola delle loro passioni: guardarli è stato come ricevere, senza averla chiesta, una lezione.
Ma se i miei primi giorni a Bali sono stati speciali, lo devo a Nadine. Ci siamo raccontate le nostre vite davanti a un piatto di nasi goreng e a una birra che si scaldava piano nel bicchiere. Lei non lo sa, non gliel’ho mai detto, ma senza di lei quei tre giorni non sarebbero stati la stessa cosa. Mi commuove ancora adesso quanto possa pesare una persona che ho conosciuto da appena tre giorni, e che forse non rivedrò mai più. È questo, credo, il filtro che cercavo: non un muro che tiene fuori il dolore, ma le persone che entrano per un attimo e lasciano la stanza un po’ più calda di come l’hanno trovata.
Viaggiare da sola mi piace perché prima di tutto intraprendo un viaggio dentro di me. Ma ho sempre fame di contatto, di parlare, di scambiare, di lasciare che la vita di qualcun altro sfiori la mia anche solo per un tratto breve. Il tesoro più grande, ogni volta, me lo porto a casa da lì.
Tra poco salgo sul treno. L’incertezza in cui ho deciso di buttarmi è un mare scuro, e nessuno mi ha promesso che imparerò a nuotarci bene. Ma intanto galleggio. E mi torna in mente quel verso di Pessoa che mi ha accompagnata per tutto il viaggio:
Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola.*
* È un verso di Fernando Pessoa, da Mar Português (1934). In portoghese, Tudo vale a pena se a alma não é pequena. Pena vuol dire insieme "fatica" e "dolore", e pequena, riferito all'anima, significa piccola ma anche rattrappita: tutto vale il dolore, purché l'anima non si faccia piccola pur di stare al sicuro. Nella poesia Pessoa se lo chiede dopo aver elencato il prezzo del mare, le madri che piangono, le navi che non tornano. Prima il conto, poi la risposta: ne è valsa la pena.




In Pessoa si trovano le risposte a tante domande che nemmeno sappiamo di avere… è un ottimo compagno di viaggio! 😉